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Breve storia delle emoticon

Imperversano su tutti i canali, sono comode, simpatiche ed efficaci e ormai sempre più frequentemente, senza di loro, il tono di voce di una frase risulta confuso, suscettibile di molteplici fraintendimenti. Ma chi ha inventato le emoticon?

 

Dalle emoticon…

Padre della “faccina” è considerato Scott E. Fahlman, che alle ore 11.42 del 19 settembre 1982 inviò su un gruppo di discussione la proposta di usare 🙂 per indicare gli scherzi e 🙁 per il suo opposto.

L’autore del messaggio era un professore di informatica presso la Carnegie Mellon University. Non era quella la prima volta che una faccina faceva capolino online, ma a differenza di tanti altri quello fu il momento decisivo poiché per la prima volta una consuetudine che andava imponendosi divenne regola. L’usanza si fece struttura e nel giro di qualche bit una pratica emergente è diventata elemento di un linguaggio collettivo.

Le emoticon, da un punto di vista puramente pragmatico hanno il grande vantaggio di poter essere digitate usando segni di punteggiatura e lettere combinati tra loro: non richiedono caratteri o simboli speciali e hanno un che di squisitamente tipografico.  Arrivò però il momento in cui le faccette schematiche non bastarono più e sullo scenario si affacciarono dei simboli più… pittoreschi, le emoji.

 

… alle Emoji

Emoji è un prestito dal giapponese 絵文字, pronunciato [emodʑi], composto di e ‘immagine’ e moji ‘lettera, carattere’. Ne dobbiamo l’invenzione a un simpatico ragazzo, Shigetaka Kurita, che nel 1999 crea le prime 176 emoji ispirandosi ai manga, ai caratteri cinesi e ai segnali stradali.

Le faccine sono utilizzate abitualmente dall’84% delle donne presenti e attive sui social e dal 75% degli uomini. Quattro utenti su cinque di età compresa tra i 18 e i 65 anni utilizza le emoji nelle conversazioni social.

 

Passando per l’em😂ji dell’anno

L’emoji che ride con le lacrime agli occhi è stata proclamata “parola dell’anno 2015” dal prestigioso Oxford Dictionary. La faccina che ci aiuta ad esprimere divertimento e ilarità ha vinto su diverse parole particolarmente “quotate”, da “rifugiato” a “Brexit” (l’uscita del Regno Unito dall’Ue).

Secondo la ricerca dell’Oxford University Press in collaborazione con la società hi-tech SwiftKey la faccina che piange di gioia è risultata la più utilizzata a livello globale; rappresenta il 20% di tutte le emoji inviate dai britannici e il 17% di quelle digitate dagli statunitensi, con una crescita sul 2014 rispettivamente del 4% e 9%.

Alfabeti

Libri in emoji

 

Il primo romanzo a essere tradotto in emoji è stato il capolavoro di Hermann Melville, Mobi Dick che, un po’ prevedibilmente, è diventato Emoji Dick, ad opera di Fred Benenson.

Qui uno dei più famosi incipit della storia della letteratura (“Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo…”) diventa questa – consentitemelo – brutale serie di pittogrammi.

Emojii-dick

Dove finiscono le sfumature di significato, il ritmo, le pause, le luci e le ombre di pensiero?

(Faccina che pensa)

Gli italiani non sono da meno e puntano in alto: creare un dizionario italiano-emoji.

Il progetto Emojitaliano, portato avanti da tre ricercatori (Francesca Chiusaroli, Johanna Monti, Federico Sangati) e partito con la traduzione del romanzo per ragazzi più conosciuto al mondo, Pinocchio ha come obiettivo quello di creare una grammatica delle immagini che possa essere compresa da tutti.

“Pinocchio in Emojitaliano” è un esperimento di elaborazione di un codice linguistico artificiale, con tanto di lessico e grammatica, che vuole esplorare le potenzialità comunicative del repertorio dei celebri pittogrammi della comunicazione digitale. “Frutto di una traduzione collettiva su Twitter, e di un dizionario digitale realizzato su Telegram, questo testo fa incontrare la creatività e l’informatica dando vita a un linguaggio scritto condiviso, idealmente leggibile in tutte le lingue del mondo”

Ma voi lo leggereste un testo interamente in emoji? Quant’è complicato decodificare i pittogrammi? E soprattutto, in fondo in fondo cosa tentiamo di fare attraverso le emoji?

Cerchiamo di riconferire alla conversazione “virtuale” quello che le manca proprio in quanto virtuale, ossia mediata dallo schermo: la faccia. E mettiamo facce di ogni tipo per dare alle nostre conversazioni quel tone of voice, quell’espressività che altrimenti non sapremmo esprimere. Forse è il caso di non abusarne, di imparare a distinguere il contesto in cui scriviamo e in cui comunichiamo e, soprattutto, di tornare a leggere della buona letteratura, perché come diceva quel saggio, possiamo vedere più lontano solo se ci sediamo sulle spalle dei giganti.

 

😉

 

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