Emoticon_cover

Breve storia delle emoticon

Imperversano su tutti i canali, sono comode, simpatiche ed efficaci e ormai sempre più frequentemente, senza di loro, il tono di voce di una frase risulta confuso, suscettibile di molteplici fraintendimenti. Ma chi ha inventato le emoticon?

 

Dalle emoticon…

Padre della “faccina” è considerato Scott E. Fahlman, che alle ore 11.42 del 19 settembre 1982 inviò su un gruppo di discussione la proposta di usare 🙂 per indicare gli scherzi e 🙁 per il suo opposto.

L’autore del messaggio era un professore di informatica presso la Carnegie Mellon University. Non era quella la prima volta che una faccina faceva capolino online, ma a differenza di tanti altri quello fu il momento decisivo poiché per la prima volta una consuetudine che andava imponendosi divenne regola. L’usanza si fece struttura e nel giro di qualche bit una pratica emergente è diventata elemento di un linguaggio collettivo.

Le emoticon, da un punto di vista puramente pragmatico hanno il grande vantaggio di poter essere digitate usando segni di punteggiatura e lettere combinati tra loro: non richiedono caratteri o simboli speciali e hanno un che di squisitamente tipografico.  Arrivò però il momento in cui le faccette schematiche non bastarono più e sullo scenario si affacciarono dei simboli più… pittoreschi, le emoji.

 

… alle Emoji

Emoji è un prestito dal giapponese 絵文字, pronunciato [emodʑi], composto di e ‘immagine’ e moji ‘lettera, carattere’. Ne dobbiamo l’invenzione a un simpatico ragazzo, Shigetaka Kurita, che nel 1999 crea le prime 176 emoji ispirandosi ai manga, ai caratteri cinesi e ai segnali stradali.

Le faccine sono utilizzate abitualmente dall’84% delle donne presenti e attive sui social e dal 75% degli uomini. Quattro utenti su cinque di età compresa tra i 18 e i 65 anni utilizza le emoji nelle conversazioni social.

 

Passando per l’em😂ji dell’anno

L’emoji che ride con le lacrime agli occhi è stata proclamata “parola dell’anno 2015” dal prestigioso Oxford Dictionary. La faccina che ci aiuta ad esprimere divertimento e ilarità ha vinto su diverse parole particolarmente “quotate”, da “rifugiato” a “Brexit” (l’uscita del Regno Unito dall’Ue).

Secondo la ricerca dell’Oxford University Press in collaborazione con la società hi-tech SwiftKey la faccina che piange di gioia è risultata la più utilizzata a livello globale; rappresenta il 20% di tutte le emoji inviate dai britannici e il 17% di quelle digitate dagli statunitensi, con una crescita sul 2014 rispettivamente del 4% e 9%.

Alfabeti

Libri in emoji

 

Il primo romanzo a essere tradotto in emoji è stato il capolavoro di Hermann Melville, Mobi Dick che, un po’ prevedibilmente, è diventato Emoji Dick, ad opera di Fred Benenson.

Qui uno dei più famosi incipit della storia della letteratura (“Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo…”) diventa questa – consentitemelo – brutale serie di pittogrammi.

Emojii-dick

Dove finiscono le sfumature di significato, il ritmo, le pause, le luci e le ombre di pensiero?

(Faccina che pensa)

Gli italiani non sono da meno e puntano in alto: creare un dizionario italiano-emoji.

Il progetto Emojitaliano, portato avanti da tre ricercatori (Francesca Chiusaroli, Johanna Monti, Federico Sangati) e partito con la traduzione del romanzo per ragazzi più conosciuto al mondo, Pinocchio ha come obiettivo quello di creare una grammatica delle immagini che possa essere compresa da tutti.

“Pinocchio in Emojitaliano” è un esperimento di elaborazione di un codice linguistico artificiale, con tanto di lessico e grammatica, che vuole esplorare le potenzialità comunicative del repertorio dei celebri pittogrammi della comunicazione digitale. “Frutto di una traduzione collettiva su Twitter, e di un dizionario digitale realizzato su Telegram, questo testo fa incontrare la creatività e l’informatica dando vita a un linguaggio scritto condiviso, idealmente leggibile in tutte le lingue del mondo”

Ma voi lo leggereste un testo interamente in emoji? Quant’è complicato decodificare i pittogrammi? E soprattutto, in fondo in fondo cosa tentiamo di fare attraverso le emoji?

Cerchiamo di riconferire alla conversazione “virtuale” quello che le manca proprio in quanto virtuale, ossia mediata dallo schermo: la faccia. E mettiamo facce di ogni tipo per dare alle nostre conversazioni quel tone of voice, quell’espressività che altrimenti non sapremmo esprimere. Forse è il caso di non abusarne, di imparare a distinguere il contesto in cui scriviamo e in cui comunichiamo e, soprattutto, di tornare a leggere della buona letteratura, perché come diceva quel saggio, possiamo vedere più lontano solo se ci sediamo sulle spalle dei giganti.

 

😉

 

L’ascoltatore stanco (scegliere gli eventi con parsimonia)

Ho preso una pausa dagli eventi di formazione, quando mi sono reso conto che non stavo portando a casa più granché. Il mio entusiasmo, quello che mi aveva portato a fare avanti e indietro per l’Italia, a sacrificare i sabati e le domeniche, ad avere fame di formazione e di relazioni, si stava assopendo. Allo stesso modo, mi accorgevo che finivo per passare metà della giornata a rispondere alle mail, a risolvere problemi, a cercare uno spazio dove poter parlare con i miei clienti. A non ascoltare. Insomma, stavo perdendo del tempo. Abituato, come sono, a prendermi responsabilità e colpe, non ho mai pensato che fosse colpa dello speaker. Anzi. Semplicemente ero io, divenuto nel frattempo buon intrattenitore (sul palco) e stanco ascoltatore (in platea), a dovermi prendere una pausa.

Liberi, di scegliere

Ho iniziato a dire no, a scansare gli eventi di formazione, e a frequentare solo quelli che mi davano l’opportunità di rivedere vecchi amici. Sebbene quello che sono oggi lo devo a quegli anni lì (e che quindi consiglio a tutte le persone più giovani di me), è stata una pausa utile. Da libero professionista, amo alternare momenti di studio matti e disperatissimi, che spesso coincidono con la scrittura di libri, a periodi in cui lavoro sodo sui progetti. Che poi sono quelli che racconto e sviscero nelle giornate di formazione. Non riuscirei a fare docenze senza intensi periodi di lavoro (e quindi di pratica). Finirei per raccontare sempre le stesse cose e lentamente diventerei sempre meno efficace. In questo post di contro-narrazione, oltre a parlare delle mie disattenzioni, dirò esattamente il contrario di ciò che molti professionisti ripetono. Non è vero che in giro “è pieno di fuffa“, luogo comune che serve solitamente a screditare la concorrenza. Piuttosto è vero che c’è ridondanza, che in tanti affrontano argomenti simili, e che se si vuole fare formazione “utile”, e per utile intendo spendibile, bisogna saper scegliere.

Dipende dal posizionamento

Potrei fare un elenco dei motivi che portano a scegliere un evento rispetto ad un altro, potrei dire che “dipende dall’obiettivo” (altra frase piuttosto abusata, ma pur sempre valida), io preferisco dire che dipende dal posizionamento. Come ci posizioniamo noi sul mercato, e cosa vogliamo ottenere da un evento di formazione? Vogliamo migliorare una nostra abilità in particolare e diventare i migliori in quel campo? Oppure vogliamo colmare alcune nostre lacune? E in questo caso, scusate la franchezza, abbiamo ancora l’età per farlo? A vent’anni ero fortemente predisposto a sentir parlare di temi che non mi riguardavano direttamente, di cui non mi occupavo, il mio intento era ampliare il più possibile il mio bagaglio, oggi sinceramente preferisco focalizzarmi su ciò che mi riesce meglio. È una visione comune di chi sceglie un posizionamento chiaro e vuole perseguirlo. Almeno fino a nuovo ordine.

On e Off

Quindi, piuttosto che un evento sulla Seo o uno sul remarketing (utilissimo, ma ci penserà qualche mio collega), preferisco iscrivermi ad un corso di narrativa con uno sceneggiatore, oppure ad un seminario di copywriting avanzato. Questo mi dà l’opportunità di rimettermi in gioco, anche con altre professionalità diverse dalle mie. Resto dell’idea che pianificare gli eventi ai quali vogliamo partecipare sia molto utile, fondamentale. Decidere in anticipo quale tipo di formazione fare e su quante giornate “off” – è questa la discriminante importante, sennò non si impara nulla – investire perché non ho difficoltà a dire che, ad esempio, ci sono eventi che mi trasmettono cose che mediamente già so, ma che sono occasioni straordinarie per rinvigorire rapporti e per far nascere delle collaborazioni.

Un punto di vista nuovo

Per quanto mi riguarda, oggi, un evento è utile se quando torno a casa non vedo l’ora di approfondire quegli argomenti, se mi viene voglia e se c’è la possibilità di conoscere/ stringere una relazione con lo speaker, se mi fornisce un punto di vista nuovo su un argomento conosciuto, se chi spiega riesce a ispirarmi e se successivamente trovo in lui un riferimento per poter approfondire la tematica. Un po’ come diceva Salinger: “Ecco una parola che detesto con tutta l’anima: eccezionale. È fasulla. Roba che vomiterei ogni volta che la sento“. Non credo abbiamo bisogno di eventi eccezionali, né di effetti speciali. Abbiamo bisogno, piuttosto, di ascoltare, confrontarci e migliorare. Abbiamo bisogno di tornare in ufficio il giorno dopo e rimettere un po’ di cose in discussione.

Le redini del nostro lavoro passano anche da queste scelte. A chi dedicheremo il nostro tempo? È tempo che torna indietro a noi e ai nostri collaboratori? E sia ben inteso che anche il tempo del networking è ben speso, purché pianificato.

Giuro solennemente che non controllerò più le email ad un evento di formazione. Piuttosto ne scelgo uno più adatto a me.

Martin Brando e il Brand Festival

guida (per ragazzi) all’utilizzo dei social media

Dal 27 marzo al 2 aprile Jesi si è fatta teatro di un grande spettacolo. Protagonista la Brand e gli elementi che partecipano alla sua creazione e valorizzazione: il territorio, le imprese che lo abitano, le persone che lo vivono. La brand, rigorosamente al femminile, perché si è parlato del valore della marca nel suo insieme, con la sua capacità di sapersi raccontare, di coinvolgere, di creare appartenenza.

Un evento, il Brand Festival, che ha generato una forte sinergia tra i diversi attori e generato discussione e confronto sui grandi temi del branding e della comunicazione. Perché se è vero che “non si può non comunicare”, allora è necessario essere in grado di farlo nel modo giusto o, almeno, consapevolmente.

Il Brand Festival è riuscito a creare condivisione e partecipazione, a non essere autoreferenziale. È riuscito a coinvolgere le persone attivamente, mettendo al centro le competenze di ognuno.

BFJ2017-TeatroPergolesi-Ph-MassimilianoFabrizi

Ph. Massimiliano Fabrizi

Anche noi della Martin Brando siamo orgogliosi di aver potuto donare un po’ delle nostre conoscenze, mettendole a disposizione di una parte fondamentale di quelle che sono “le persone”: i ragazzi. Essere un “Nativo Digitale”, infatti, non equivale a essere “Consapevole del Digitale” e disporre di determinati strumenti non è sinonimo di avere le capacità necessarie ad utilizzarli nel modo più adeguato. Sempre più urgente si fa infatti la necessità di guidare i nostri ragazzi verso un corretto utilizzo del web e dei social media, accompagnandoli attraverso un terreno vastissimo e indefinito. Un terreno tanto accattivante quanto complesso.

Durante l’incontro che si è svolto presso la Scuola Media Federico II di Jesi, Silvia Ciccomascolo del Martin Brando Team ha quindi cercato di fornire ai ragazzi gli strumenti per riuscire ad orientarsi nel “fantastico” mondo della comunicazione online. Anche i ragazzi si interrogano, chiedono e cercano di capire: è importante riuscire a dare loro delle risposte, ponendo attenzione ai rischi della navigazione in internet, ma senza passare per la sua demonizzazione. Che i ragazzi utilizzino la rete per comunicare, giocare o studiare è un dato di fatto. Cerchiamo allora di fornire loro qualche spunto di riflessione utile per guidarli attraverso il come di questo utilizzo.

BFJ2017-SocialMediaPerRagazzi-SilviaCiccomascolo-MartinBrando

Si è parlato dell’importanza della reputazione on-line, cercando di creare consapevolezza attorno ad alcuni concetti fondamentali. Partendo dal fatto che questi spazi, che spesso percepiamo come privati, in realtà sono pubblici, ed è utile averlo bene in mente nel momento in cui andiamo a raccontarci nella rete. Perché “verba volant, scripta (et foto – verrebbe da aggiungere) manent” è una verità che resta immutata. E allora ricordiamoci che quello che pubblichiamo, anche se lo cancelliamo, rimane e che abbiamo una responsabilità non solo verso gli altri, ma anche e verso noi stessi.

E se la prima responsabilità che abbiamo verso noi stessi è quella di essere felici, allora dobbiamo fare un grande lavoro su noi stessi per imparare a gestire l’ansia che deriva dall’essere “tagliati fuori”, da non essere dentro l’incessante flusso di comunicazione online. Il desiderio di comunicazione è innato nell’essere umano ed esso non cambia se parliamo di comunicazione online. A cambiare sono le forme che assume e le conseguenze che ne derivano.

Questo è quello che ci auguriamo di aver trasmesso ai ragazzi, affinché diventino comunicatori digitali più consapevoli della generazione che li ha preceduti.

 

Martin Brando ci mette la faccia

Il Visual Storytelling di Fernando del Castillo

Siamo entrati in una fase in cui la comunicazione visiva sta soppiantando la parola scritta, la cosiddetta Imagesphere.

Bob Lisbonne

 

Le storie non sono fatte solo di parole: le immagini sono in grado di raccontare storie altrettanto emozionanti, coinvolgenti, convincenti. Il Visual Storytelling ci dà possibilità di migliorare l’awareness e la reputation di un brand, di instaurare una relazione con i nostri fan o clienti.

Del resto, scienze come la psicologia cognitiva e la psicologia della percezione mostrano lo stretto legame tra comprensione, persuasione e immagine. Il nostro cervello è in grado di leggere le immagini che vediamo e di lasciarsene impressionare in modo estremamente veloce.Non è un caso, dunque, se recenti studi hanno dimostrato che, sui social networks, i contenuti visual vengono condivisi 40 volte in più rispetto a quelli testuali e ottengono il 94% di visualizzazioni in più.

Ecco perché il nostro Storytelling non può prescindere dal racconto attraverso le immagini. Non può prescindere dal Visual Storytelling.

Le storie sono fatte di personaggi e la nostra, di storia, ha un volto ben preciso: quello di Martin Brando. Noi sul Visual abbiamo puntato decisamente molto. Martin Brando non è solo un nome<, non è solo una storia: Marin Brando ci mette la faccia. La sua.

O meglio, la faccia di Martin Brando ce l’ha messa il nostro grafico e Visual Storyteller: Fernando del Castillo, che ci ha raccontato chi è e come fa a trasformare un’idea in immagine.

Come nasce la tua passione per il Visual?

Quando ho terminato la scuola superiore, non esisteva ancora una scuola di Disegno grafico e Comunicazione, quindi ho iniziato la mia formazione nel campo dell’architettura, per proseguire poi con una formazione di tipo artistico. Tuttavia, non avevo ancora trovato la mia vocazione.

Sono sempre stato un grande osservatore, di quelli minuziosi e attenti ai particolari di ogni cosa. Sono sempre stato attratto dalla Comunicazione Pubblicitaria, della quale cercavo di capire tecniche e dinamiche. La mia vita da rugbista mi è stata d’aiuto: grazie alrugby mi dilettavo a scattare foto per raccontare allenamenti e partite e, oltre a questo, entravo in contatto con tantissimo materiale pubblicitario, dai depliant ad ogni sorta di materiale grafico.

Ho preso parte alla nascita della Scuola di Disegno Grafico di Rosario, nella mia Argentina, dove eravamo come una grande famiglia e dove ho imparato i primi concetti di grafica, la sua storia, i diversi tipi di format e così via.

Sono stato sempre curioso riguardo tutto ciò che è immagine: dalla fotografia alla pubblicità e alla grafica. Sono appassionato di ciò che le immagini sono in grado di fare: raccontare storie.

Quello che oggi viene chiamato “Visual storytelling” è una necessità per le aziende?

Oggi l’immagine è fondamentale. Siamo talmente bombardato da ogni tipo di informazione su ogni dispositivo che la nostra attenzione è più che mai breve e superficiale. E le immagini hanno dalla loro parte un’arma potentissima: sono dirette, basta uno sguardo. Se costruite nel modo giusto, bastano a se stesse. Le aziende dovrebbero raccontarsi anche e soprattutto attraverso le immagini, quelle pensate, costruite e realizzate da professionisti. Penso che le aziende debbano avere la capacità e il coraggio di delegare a chi conosce l’arte del comunicare attraverso le immagini: i visual storyteller.

Quali sono i passaggi fondamentali per creare una Brand Image coerente?
Innanzitutto bisogna saper rispettare il paradigma al quale il brand appartiene.

Bisogna poi è essere in grado di utilizzare le risorse giuste. Creare una Brand Image coerente è un processo lungo e complesso, che richiede diversi tipi di competenze professionali: è necessario creare un team all’interno del quale ognuno abbia determinate skills.

Ma la cosa fondamentale, dunque più complessa, è la capacità di essere chiari e concreti. Bisogna saper “togliere”, più che aggiungere, e veicolare un unico valore: quello giusto. Quello capace di raccontare, con un segno, una storia intera.

Che tipo di logo è quello di Martin Brando?

Sarà il tempo a dircelo. Sicuramente quello di Martin Brando è un logo essenziale, diretto. Martin Brando è una persona e, come tale, ricco di storia, di caratteristiche fisiche ed emotive da raccontare.

Abbiamo dovuto fare un grande lavoro di “eliminazione del superfluo” e capire quali erano le cose importanti per noi e per la nostra Storytelling Company. Quelle, e solo quelle, hanno trovato un loro posto nel viso di Martin.

Non a caso siamo partiti dalla progettazione. Quello del Visual Storytelling è un problema innanzitutto di Storytelling: prima dell’applicazione bisogna pensare alla narrazione. Dall’immaginario alle immagini è (quasi) solo questione di mettere nero su bianco delle linee guida per orientare chi le immagini le produrrà o le selezionerà per i diversi media. In altre parole, prima abbiamo capito chi era Martin Brando, qual era la sua storia, che cosa faceva. Solo quando avevamo tutte le risposte a queste domande, abbiamo iniziato a dargli un volto. Una volta capito chi era Martin Brando, è stato subito chiaro anche comeera.

E dove siamo arrivati: cosa racconta il logo Martin Brando?

Il logo di Martin Brando cerca di descrivere il carattere, l’origine e la personalità di questo personaggio. E di farlo in modo chiaro e diretto.

Ho cercato di raccontare la sua e la nostra storia: si tratta di un’immagine molto moderna ma, allo stesso tempo, rappresenta lo stile di quando quest’uomo è vissuto, quello degli anni Cinquanta.

Perché Martin Brando era lui, allora, e siamo noi, oggi. Custodi della sua eredità. E Martin Brando sarete anche tutti voi, attraverso le storie che ci ha insegnato a raccontare.

E tu cosa vorresti raccontare in futuro?

Vorrei raccontare della mia passione, quella del rugby, e vorrei raccontare delle vostre, di passioni. Vorrei raccontare di tutti quelli che avranno il coraggio di affidarsi a noi, per raccontare le loro storie attraverso la nostra mano. In modo appassionato e coerente. Perché tutti abbiamo una storia da raccontare, basta solo trovare il modo giusto per farlo.

L’essere umano ricorda il 10% di ciò che ascolta, il 20% di quello che legge e l’80% di ciò che vede. Perché le immagini parlano un linguaggio universale comprensibile a tutti, sono immediate, coinvolgenti. Tanto più oggi: in un’epoca in cui la comunicazione è veloce, frammentaria e decontestualizzata, le immagini diventano un veicolo diffusione dei messaggi estremamente potente.<

Le immagini ci permettono di comunicare in modo rapido e immediato, lasciando una traccia duratura nella mente delle persone. Le immagini hanno un ruolo fondamentale nella nostra esperienza online, basti pensare che il 70% delle azioni le riguarda e che ogni giorno ne vengono pubblicate più di 300 milioni solo su Facebook. Ecco perché se facciamo Storytelling non possiamo prescindere dal Visual Storytelling: la narrazione che avviene attraverso le immagini. Ecco perché lo Storytelling che funziona è quello che cattura il cuore e la testa. E, spesso, passa attraverso gli occhi.

 

Fernando Del Castillo, visual designer (anche) per Martin Brando, è nato in Argentina 45 anni fa. Sportivo per natura, giocatore ed allenatore di Rugby. Uomo legato alla palla ovale, ha giocato per la Nazionale Argentina e ha vissuto in Italia dal 2002 al 2004. Da agosto 2015 è di nuovo qui.

Una lunga esperienza nel mondo del design e, in particolare, in quello legato allo sport. Sport & Design, non a caso, sono la sua vita.

Ha lavorato come grafico per la Nike, ESPN, e per parecchi club di calcio: FBC Barcelona, Espanyol de Barcelona, River Plate, Boca Juniors, San Lorenzo de Almagro, Newells Old Boys y Rosario Central di Rosario, la sua città di nascita.

Fa parte del Team Janeiro Brand Experience, un team che si occupa di Branding e con il quale ha sviluppato diverse identità visive per sportivi: da Carlos Tevez, a Manu Ginóbili, fino ad Agustín Pichot e, recentemente, per Fernando Cavenaghi.

Nel nome del padre

Se vi state chiedendo chi è Martin Brando, mettetevi comodi. Dobbiamo spiegarvi tutto con molta calma, evitando di cadere nella tentazione di svelare tutta la verità.

Questa storia non inizia con “c’era una volta”, perché nessuno avrebbe tempo di leggerla, e poi a chi importa davvero cosa c’era una volta? Nemmeno ai motori di ricerca.

Quante volte avete letto la sezione “Storia” di un’azienda? Nel 1870 i padri fondatori fondarono la Nulla Spa*, la ditta (diffidate da chi dice ditta) che… bla, bla, bla. Bene, superiamo questa fase. E veniamo a noi. Da dove viene Martin Brando, che sentieri abbia percorso per arrivare fino a noi, di cosa si occupava fino a ieri, interessa a pochi. In uno scenario in cui tutti dicono quello che sono stati, le grandi imprese che hanno compiuto, noi vi rispondiamo: cercate su Google. Abbiamo nomi e cognomi, progetti realizzati, obiettivi, sogni, vizi e virtù, non necessariamente in quest’ordine.

In un contesto in cui la storia conta nel momento in cui è una grande storia noi vi rispondiamo con consapevolezza (e un pizzico di incoscienza) che questa narrazione vogliamo iniziare a costruirla ora. Passo dopo passo, lavoro dopo lavoro, storia dopo storia.

Sì, avevamo bisogno di un padre. Un padre professionale, un uomo che ci trasmettesse dei valori e delle competenze, forse qualcosa di più. Sarà perché a qualcuno di noi un padre è mancato, o è andato via presto, sarà perché molti il mestiere l’hanno appreso sul campo, ma non si sono mai fermati a fare due chiacchiere con una persona di riferimento, uno come Martin appunto.

Paul Arden diceva che il problema, quando si accumula troppo, è che si finisce per l’accontentarsi di quello che si ha. Alla fine ci si blocca. Se si dà via tutto, non ci rimane nulla. Questo ci costringe a guardarci intorno, a essere consapevoli, a fare rifornimenti. In qualche modo, più diamo via, più ci torna qualcosa indietro.

Ecco cosa ci ha insegnato Martin Brando: a raccontare storie, a trarre ispirazione, a leggere, ad ascoltare musica, ad avere un album di ritagli, ad avere degli eroi, a condividere ciò che ci influenza, perché aiuta a capire chi siamo e cosa facciamo, a volte ancora di più del nostro stesso lavoro.

Che voi ve ne accorgiate o meno, state già raccontando una storia. Ogni email che inviate, ogni conversazione, ogni tweet, ogni commento sul vostro blog è un frammento, uno scampolo di una narrazione multimediale che state continuamente costruendo.

Se volete essere più efficaci nel condividere informazioni dovete diventare ottimi narratori. Dovete sapere che cos’è una bella storia e come si racconta. Partiremo da qui, dall’insegnamento di Martin Brando: a tutti piacciono le belle storie, ma non tutti sanno raccontarle bene. Ci vuole una vita intera per imparare a farlo.

Se volete dei fan, prima di tutto dovete esserlo di voi stessi.

Se volete essere accettati da una community, per prima cosa dovete esserne ottimi membri. In sostanza: se online non fate che promuovere il vostro lavoro state commettendo un errore. Per ricevere qualcosa, bisogna dare qualcosa.

Se volete essere notati, dovete notare. Tacete e ascoltate, riflettete, siate attenti.

Martin Brando ci ha insegnato che se una cosa vi eccita dovete continuare a farla, se una cosa vi prosciuga smettete di farla.

La sapete la storia di Picasso? Nella sua biografia scritta da John Richardson c’è un aneddoto molto divertente, ripreso giù da Austin Kleon nel suo “Semina come un artista”. Pablo Picasso era noto per prosciugare l’energia dalle persone che incontrava. Sua nipote Marina dichiarò che strizzava le persone proprio come i tubetti di colore. Uno poteva spassarsela per un giorno intero insieme a lui e poi tornare a casa stremato, mentre Picasso tornava allo studio per dipingere tutta la notte, usando l’energia rubata. Molti si adeguarono alla situazione pur di stare vicini a Picasso, molti, ma non tutti.

Non lo scultore di origine romena Constantin Brancusi. Era originario dei Carpazi, e sapeva riconoscere un vampiro quando ne vedeva uno. Non aveva intenzione di permettere a Picasso di rubargli la sua energia, o i frutti di quella energia, così si rifiutò di avere qualsiasi contatto con lui. Brancusi mise in pratica quello che Kleon chiama “Il test del vampiro”. È un modo semplice per scoprire chi accogliere e chi eliminare dalla propria vita. Se dopo aver passato del tempo con qualcuno, vi sentite esausti e svuotati, la persona in questione è un vampiro. Se dopo aver passato del tempo con qualcuno, vi sentite ancora carichi di energia, quella persona non è un vampiro. Ovviamente il test del vampiro può essere applicato a molte cose diverse, non solo alle persone: al lavoro, agli hobby, ai luoghi.

Non c’è cura per i vampiri. Doveste ritrovarvi vicino a uno di loro, fate come Brancusi e banditelo dalla vostra esistenza. È quello che abbiamo fatto noi, prima di decidere, chi siamo, cosa facciamo, e perché lo facciamo. È una scelta difficile, perché non è semplice trovare competenze, ed è ancora più difficile trovare sintonie, persone con cui sentirsi a proprio agio. Ma è un percorso irreversibile che abbiamo deciso di affrontare, consapevoli che non c’è un’altra strada, e non sono accettabili compromessi.

Così, noi stiamo provando ad avere imbarazzo per quel che eravamo qualche anno fa. Se non lo facessimo non staremmo imparando abbastanza. E cosa può trasmettervi chi non continua a migliorare in un mondo dove quello che apprendi oggi è già vecchio? Dove le conoscenze del cliente, a volte, sono maggiori rispetto a quelle del fornitore?

Martin Brando ci ha lasciato in eredità, come un padre, questa spinta al miglioramento continuo. Niente più vampiri, non persone da spremere come i tubetti di colore di Picasso, ma piacevoli contaminazioni. Non siamo qui per raccontare storie fini a se stesse, ma per comunicare attraverso storie. Ci vuole pazienza, tempo e dedizione. Non potremo dire di sì a tutti, è inevitabile. Ma quello che faremo, lo faremo nel nome del padre.


Nulla Spa* è un’idea di Danilo Masotti, tratta dal libro “Ci meritiamo tutto”

Fonti: “Semina come un artista”, Austin Kleon

E lo chiamarono Storytelling

Devo dirvi la verità. A me, questa cosa dello storytelling che imperversa in ogni dove, che s’intromette con la sua aura di professionalità british anche quando stiamo facendo due chiacchiere in allegria, proprio non va giù. E a quanto pare non sono l’unica:

“(…) alla fine abbiamo esagerato, perché oggi da noi la parola storytelling, come il calco italiano narrazione e il suo plurale narrazioni, sono diventati un tic linguistico-mediatico, quasi un intercalare. Vietato parlare di storie, o racconti: è tutto storytelling, narrazione o narrazioni.” (Giovanna Cosenza)

E così per parlare di un’azienda si dice che dobbiamo fare storytelling; per lanciare un prodotto dobbiamo costruire uno storytelling; quando scriviamo un post facciamo storytelling; quando parliamo con un amico stiamo facendo storytelling.

E sì, ci siamo lasciati prendere la mano. E l’abbiamo fatto pure con un certo ritardo. Negli Stati Uniti si parla di storytelling fin dagli anni ‘90, quando – se vogliamo dirla con il Christian Salmon di “Storytelling. La fabbrica delle storie” – ha iniziato una “deriva” che lo ha portato nella psicologia, nelle scienze dell’educazione, nella ricerca medica, in giurisprudenza, in economia, addirittura in teologia, per non dimenticare l’economia e la politica dove ha avuto il potere di cambiare la storia (raccontando storie).

“Ehi! Ma guarda che sei tu che ci propini questa cosa dello storytelling, della storia di Martin Brando, e dell’importanza di saper raccontare!”

Abbiate un po’ di pazienza…

Il punto è che mai termine fu più efficace per descrivere quello che fa chi oggi lavora nel settore della comunicazione: raccontare storie per creare esperienze coinvolgenti. Come? Attraverso testi, immagini, video; slogan, payoff, bodycopy, visual design.

Oops! Ma questi sono termini preistorici! da comunicazione anni 90’!

“Mumble, mumble, mumble, mumble…”

In effetti, quando cominciai a lavorare nel mondo della comunicazione, le cose mi sembravano più semplici. Si prendeva un brief, si lavorava all’idea pubblicitaria, si proponeva quella che si considerava essere la migliore, si sperava che al cliente piacesse, per partire con una campagna fatta di affissioni, depliant, brochure istituzionali, biglietti da visita. Quelle più ricche potevano includere spot radiofonici. Quelle ideate nelle agenzie romane o milanesi spot televisivi. Era piuttosto facile: gli strumenti e i canali erano pochi e conosciuti; il potere della parola e dell’immagine non aveva rivali. Se azzeccavi quelle, avevi fatto bingo.

Stavo forse facendo storytelling e non me ne accorgevo? Cosa è cambiato? O meglio: è cambiato qualcosa?

Beh, è arrivata una cosa che si chiama worldwideweb e le cose, nel giro di pochissimi anni, si sono fatte molto più complicate. Per arrivare ad oggi, 5 gennaio 2017, quando il successo di un brand è misurato dalla sua capacità di fare conversazioni, dal numero di feedback positivi e di like. Oppure, se è stato lungimirante e attento (e ben consigliato), dalla sua capacità di coinvolgere il pubblico nelle SUE storie e di fargli vivere delle esperienze. Dalla sua capacità di fare storytelling.

Storia, coinvolgimento, esperienza: le parole chiave.

Credo che le nuove modalità di interazione instaurate dall’avvento dei social network abbiano radicalmente trasformato il modo in cui ci si relaziona con i brand.

E fin qui siamo tutti d’accordo, vero? VERO?

Cosa succede però se è la storia che si racconta a non essere vera? Oggi, molto più di 20 anni fa, se un brand mente, il pubblico se ne accorge, e poi son guai…

Questo cosa significa? Significa che sincerità, correttezza e trasparenza devono stare alla base del nostro storytelling. Significa che

“il contenuto viene sempre prima della storia, anche se a volte piace pensare il contrario” (Dino Amenduni)

Significa che dobbiamo partire da una base solida, valida, altrimenti, come dice il buon Ludwig, è meglio tacere.

Ora. Quante volte sono le stesse aziende a non conoscersi, a non vedere i propri punti forza, o a darli per scontati? Quante volte è proprio attraverso il racconto delle storie che un brand riesce a scoprire e definire la propria identità? È questo il vero potere dello storytelling, ciò che lo rende NECESSARIO.

È così che assume anche un compito etico: mostrare le cose rettamente, per cambiare l’aspetto sotto cui il mondo ci appare.

Lo storytelling richiede innanzitutto fiducia e relazione. Se non li deludiamo, saremo stati capaci di aver raccontato la storia giusta.

Per approfondire:

Dino Amenduni
http://www.valigiablu.it/rinunciare-allo-storytelling-sarebbe-un-regalo-ai-potenti/

Giovanna Cosenza
http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/22/storytelling-a-furia-di-nominarlo-non-significa-piu-niente-peggio-sembra-una-brutta-cosa/2396532/

Christian Salmon
Storytelling. La fabbrica delle storie

Andrea Fontana
Storytelling d’impresa. La guida definitva

Ludwig Wittgenstein
Tractatus logico-philosophicus